Cala il sipario sull'ordine liberale? (Vita e Pensiero)

Recensione

Arnold Toynbee in un libro tanto straordinario quanto introvabile (L’eredità di Annibale) sostiene che una delle cause che condussero al collasso della Roma repubblicana, e quindi aprirono al strada alla deriva dispotica dell’Impero, fu il mancato adeguamento delle istituzioni che avevano governato la città-stato alla nuova realtà politica di dimensioni continentali. Che vuol dire? Vuol dire che per le cariche “federali” si votava solo a Roma, il che significava da una parte l’impossibilità per la maggior parte dei cittadini di partecipare alla vita repubblicana, se non a livello municipale, dall’altra che la Repubblica era in balia del popolo (folla?) che si riversava su Roma.

Lo stesso discorso vale anche per la Grecia antica. Quando le città-stato non riuscirono a fare il salto e pensarsi come una federazione, allora imboccarono la via del declino. Scrive Toynbee in Civiltà al paragone: “il nuovo sistema economico, introdotto dalla rivoluzione economica Attica sotto l’assillo dell’espansione coloniale greca, e basato su una produzione locale per scambi internazionale, avrebbe potuto funzionare con successo soltanto se, sul piano economico, le polis avessero rinunciato ai loro rispettivi particolarismi e fossero divenute interdipendenti. E un sistema di interdipendenza economica internazionale poteva funzionare soltanto se inquadrato in qualche sistema di interdipendenza politica internazionale, cioè un sistema internazionale di leggi e ordinamenti politici, che ponesse un freno all’anarchia delle sovranità particolari in cui si chiudevano localmente le città-stato”.

Il tentativo greco di raggiungere un ordinamento politico internazionale fu la cosiddetta Lega di Delo, fondata nel 478 a.C. da Atene e dai suoi alleati sotto la guida ateniese. “Ma la lega di Delo - conclude Toynbee - non riuscì a conseguire il suo scopo. E la vecchia anarchia politica nelle relazioni fra le polis greche con le loro sovranità interdipendenti tornò a scoppiare sotto le nuove condizioni economiche che rendevano tale anarchia non soltanto dannosa, ma mortale”.

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Forse è utile tenere a mente questa prospettiva quando si prende in mano Cala il sipario sull’ordine liberale? di Sonia Lucarelli, perché alcune corrispondenza ci sono. La Lega di Delo a guida ateniese rimanda alla lega delle liberal-democrazie che ha dato vita all’ordine liberale a guida americana, costruito dopo la seconda guerra mondiale. E le cause del fallimento che l’ordine ateniese ha sperimentato potrebbero essere le stesse che l’ordine liberale odierno rischia, vale a dire un mancato adeguamento istituzionale ai tempi nuovi e il ritorno alla vecchia anarchia di un ordine internazionale dove competono gli stati westfaliani.

Per dirla diversamente, nemmeno le istituzioni sono per sempre. Anzi si può dire che le istituzioni sono delle macchine che servono a garantire l’applicazione di una serie di valori e principi: la pace, la libertà, il progresso, l’uguaglianza delle opportunità. Di qui la necessità di ammodernare o sostituire quelle macchine ogni qualvolta non sono in grado di garantire quei diritti e principi.

Ma per capire come ammodernare, sostituire o restaurare quelle macchine istituzionali è necessario individuare le lesioni che il tempo ha prodotto, perché il motore batte in testa, e perché la carrozzeria sferraglia. Di qui il valore di questo libero, il cui merito principale è quello di analizzare la tenuta e la crisi dell’ordine internazionale in maniera, come dire, multi-fattoriale e articolata, prendendo in considerazione gli elementi di politica internazionale e interna, economica e sociale, tecnologica e persino filosofica.

Il lettore avrà modo di rendersi conto della profondità dell’analisi, leggendo per intero il testo. Qui però un elemento, a cui l’autrice attribuisce giustamente grande importanza, lo si vuole mettere in evidenza: è l’idea di progresso. A torto si è creduto che la fede nella magnifiche sorti e progressive fosse una fissazione del mondo di ieri (Si veda Massimo L. Salvadori, ma anche Stephen Zweig), del positivismo ottocentesco. Al contrario essa è consustanziale alla società aperta occidentale e quindi all’ordine liberal democratico internazionale. Essa è la promessa, la vera promessa, che l’Occidente fa a se stesso e al mondo. Anzi per certi versi si può dire che la fede nel progresso è la fede laica della società moderna liberale, che ha messo al centro del creato l’Uomo e la sua capacità, grazie alla propria intelligenza e creatività di migliorare costantemente la propria sorte, di fare in modo che domani sia migliore rispetto a ieri.

C’è un altro punto importante che l’autrice tocca e che spesso passa inosservato. L’ordine internazionale post-bellico anche a livello internazionale è il frutto di quello che potremmo definire il Keynes-Beveridge Consensus. Non a caso l’autrice individua nella piena occupazione uno degli obiettivi intorno a cui costruire tutto l’ordine globale. Scrive Landes: “l’aver collegato la stabilità economica internazionale ai livelli di occupazione nei singoli paesi segnava di per sé una svolta politica e dava la misura del grado di influenza a cui era  pervenuta la nuova dottrina economica”. Questo vuol dire che ordine interno e ordine internazionale si tenevano insieme con mutui rimandi e secondo una precisa divisione del lavoro nella produzione di beni di pubblica utilità, il cui compito era demandato da una parte alle grandi organizzazioni internazionali, dall’altro ai governi con i loro programmi di Welfare State. Si prenda ad esempio il ruolo che era stato attribuito al FMI: “esercitando pressioni sui paesi affinché mantenessero la piena occupazione e fornendo liquidità alle nazioni che, afflitte da un periodo di rallentamento dell’economia, non potevano permettersi di sostenere l’aumento espansivo della spesa pubblica, il Fondo monetario sarebbe riuscito a sostenere la domanda aggregata globale” (Stiglitz) . Questo significa che allo Stato era affidato il compito di sostenere la domanda interna e prevenire le disfunzioni del mercato. Mentre alle organizzazioni internazionali era demandato il compito di impedire che tali disfunzioni si propagassero a livello internazionale e, nel contempo, di aiutare i Paesi in difficoltà. 

Nel momento in cui il paradigma dominante cambia e quello hayekiano prende il posto di quello keynesiano, allora anche le istituzioni cambiano: il Welfare State passa in secondo piano e inizia ad avvizzirsi, e le organizzazioni internazionali cambiano pelle. Sia chiaro, il paradigma hayekiano ha prodotto risultati strabilianti (un aumento senza precedenti della ricchezza e la rivoluzione del digitale) ma ha prodotto anche non pochi guai.

Bloccando la macchina del Welfare State, ha impedito di garantire quei diritti che pure sono parte del patto sociale, sia a livello interno che a livello internazionale. Il che ha condotto alla formazione di due attori per certi versi nuovi, per definire i quali si deve ricorrere di nuovo a Toynbee. Si tratta del proletariato interno e del proletariato esterno. Si badi che il concetto di proletariato di Toynbee è del tutto diverso da quello di Marx. Il proletario di Toynbee è l’individuo anomico di Durkheim: uno che non crede più alla promesse che la società nella quale vive gli fa ogni giorno. Di qui il formarsi di una massa di individui nei paesi sviluppati che non crede più nelle promesse che l’ordine liberale gli fa di un futuro prospero per tutti (proletariato interno alla civiltà liberale); e di qui il formarsi, al di fuori dei paesi sviluppati, di una massa di individui che non credono più che le promesse di libertà e di prosperità che l’ordine liberale fa riguardino anche loro (proletariato esterno alla civiltà liberale).

Siamo arrivati allora al punto. Guglielmo Ferrero attribuisce la seguente frase che Talleyrand avrebbe detto a Napoleone: “Con le baionette si possono fare molte cose, tranne sedercisi sopra”. Che vuol dire? Vuole dire che un regime politico, qualsiasi regime politico esso sia, non può governare con la sola forza, ha bisogno del consenso dei propri cittadini. Questo vuol dire che i regimi politici, siano essi a livello statuale o a livello internazionale, entrano in crisi nel momento in cui smettono di avere il consenso dei propri cittadini e questo avviene quando smettono di mantenere le promesse fatte ad essi. Quali promesse? In primo lungo, e ritorniamo all’inizio, la promessa di progresso, di un domani migliore. Quando ciò accede si creano le condizioni perché i nemici della società aperta, interni ed esterni, (sovranisti e potenze autocratiche) possono tornare a prosperare. Qualsiasi riforma istituzionale dunque deve puntare a mantenere le promesse di libertà, giustizia, pace e progresso che l’ordine liberale fa al mondo, altrimenti saranno inutili e avranno l’effetto nefasto di allargare la schiera dei disillusi e di trasformare il loro rancore in rabbia.


Editore: Vita e Pensiero
Collana: Relaz. internaz. scienza politica/ASERI
Anno edizione: 2020
Pagine: 284 p., Brossura
EAN: 9788834340066