Gioventù rivoluzionaria

Recensioni & Presentazioni

Ci sono fasi che racchiudono in sè più storia di quanto la somma dei singoli anni lascerebbe immaginare. È il caso della manciata di anni che vanno dalla Guerra di Libia alla rivoluzione d’ottobre, che sono l’arco temporale nel quale si focalizza maggiormente l’attenzione di Luca Gorgolini in Gioventù rivoluzionaria e che racchiudono forze che plasmeranno un intero secolo di storia mondiale, quando verranno liberate da eventi che hanno la funzione di un detonatore.

Il testo, infatti,  è una ricostruzione attenta, puntuale e originale di uno dei periodi cruciali della storia contemporanea non solo italiana, vale a dire la lenta consunzione della cooperazione tra il liberalismo di Giolitti e il socialismo riformista di Turati sotto i colpi costanti e sempre più forti dell’ala rivoluzionaria e massimalista che scuoteva il Partito Socialista di Turati.

La prospettiva da cui l’autore osserva quegli anni cruciali è molto precisa, si tratta infatti della storia Federazione Giovanile Socialista, raccontata attraverso le biografie politiche e intellettuali dei giovani che poi plasmeranno la storia politica nazionale nei decenni a venire.

Ed è proprio questa prospettiva che fornisce all’opera la sua originalità. È una prospettica ristretta ma ciò non trasforma il testo rendendolo settoriale e di scarso respiro. Al contrario, proprio da quell’angolo visuale, apparentemente così angusto, si aprono ampi spazi e si colgono tutta una serie di interrelazioni, legami e rimandi che prima era difficile scorgere.

Dalla minoritaria famiglia dei massimalisti socialisti, di cui la Federazione socialista fa da massa di manovra, si diramano infatti due direttrici, la prima che conduce alla costituzioni del fascismo, la seconda alla costituzione del Partito Comunista d’Italia. Strade diverse, ma che si producono per gemmazione dalla stesso ramo, il rifiuto del giolittismo,  e con esso della società borghese e liberale.

Ma è anche la storia, per certi versi sconcertante, di come una serie di contingenze, di fatti minori (Bissolati che non accetta di entrare nel governo Giolitti, ma sale al Quirinale per le consultazioni il che “suscitò profonda eco del partito”, per fare un esempio) abbiano avuto l’effetto di distruggere per sempre la maggioranza riformista del Partito Socialista che pure era stata protagonista di una straordinaria fase di avanzamento sociale.

Fatti minori che si sommano ai tre grandi catalizzatori che scuoteranno dalla fondamenta il paese e ne condizioneranno per sempre la storia. Il primo è la decisione, per certi versi incomprensibile, di dare il via alla guerra di Libia, che condurrà alla cacciata degli ultrariformisti dal partito (Bissolati, Cabrini, Bonomi), all’indebolimento della maggioranza riformista, alla conquista della direzione dell’ “Avanti!” da parte di Mussolini che ne farà il suo più potente strumento di affermazione personale e di rafforzamento dell’ala rivoluzionaria e massimalista. “La guerra di Libia - scrive l’autore - rappresentò il passaggio decisivo per l’approdo del movimento giovanile verso l’ala rivoluzionaria. E, a partire da questo momento, il movimento giovanile costituirà un punto di forza del fronte rivoluzionario lungo il percorso travagliato che condurrà alla scissione di Livorno”.

Il secondo catalizzatore è la rottura degli stessi massimalisti sulla prima guerra mondiale. Da una parte gli interventisti guidati da Mussolini e dall’altra gli internazionalisti guidati da Bordiga. Ed è qui che si apre quella frattura che poi diventerà un fossato con la Rivoluzione d’Ottobre (il terzo catalizzatore), tra quei due massimalisti, quello di sinistra da cui nascerà il Partito Comunista sulla parola d’ordine del “fare come a Mosca”, e il massimalismo di destra da cui nascerà il fascismo. Sono questi i due grandi massimalismi, figli della stessa madre, che tormenteranno per i decenni a venire la storia d’Italia, tanto da farne un’eccezione nella storia politica d’Europa per l’assenza, o l’anemia di una sinistra e di una destra che assumono, come proprie fondamenta costitutive, come dato imprescindibile la civiltà liberale e le sue libertà.