Se il futuro è una terra straniera

Recovery Fund Debatte

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Il titolo è criptico e me ne rendo conto. Per renderlo meno oscuro si potrebbe metter un sottotitolo. Consigli non richiesti su come spendere i soldi del Recovery Fund.

In queste ultime settimane si è insistito molto sulla velocità e si è accusato il governo di essere in ritardo nella preparazione del piani con l’elenco dei progetti da finanziare con il Recovery Fund. Ma se è vero che il momento è storico e l’occasione è unica per aggiustare tante cose che non vanno, allora mi pare che prima di parlare di progetti sia necessaria una riflessione pubblica sui criteri da utilizzare per selezionare i vari progetti.

Proviamo a proporne qualcuno, cercando di capire cosa è successo in questi ultimi anni e quali sono stati i benefici (immensi) e i problemi (altrettanto grandi) prodotti in questi decenni di Grandi Trasformazioni (in maiuscolo in riferimento a Carl Polanyi).

Per provare a mettere le cose in ordine conviene parlare di anaciclosi, che è una cosa su cui da Erodoto a Machiavelli, passando per Platone e Polibio, i pensatori politici hanno molto riflettuto, ed ha a che fare con il deteriorasi della forme di governo, che passano dalla loro forma buona a quella cattiva. Così, facendo una sintesi tra tutti gli autori, l’aristocrazia (e cioè il governo dei migliori) si trasforma nella oligarchia (il governo dei pochi). La monarchia si trasforma nella tirannide, e la democrazia nella oclocrazia (il governo della folla).

I criteri che distinguono la forma buona da quella cattiva possono essere parecchi, ma per sintesi se ne possono individuare due.

Il primo, la monarchia, l’aristocrazia e la democrazia agiscono nell’interesse collettivo, usano cioè la macchine istituzionale per garantire il benessere dei più. Volendo usare le categoria di Acemoglu e Robinson, autori di Perchè le nazioni falliscono, si potrebbe dire che sono strutture istituzionali di tipo inclusivo. Al contrario la tirannide fa bene a uno solo (il tiranno per l’appunto), l’oligarchia fa bene solo a pochi, e l’oclocrazia fa bene solo alla folla. Per ritornare alle categorie dei due autori moderni appena menzionati, le forme cattive sono strutture istituzionali di tipo estrattivo che servono a drenare risorse dalla società e a indirizzarle a vantaggio di un numero più meno ristretto di persone. Ne consegue che un assetto istituzionale di questo tipo non può godere del favore della stragrande maggioranza dei cittadini, il che significa che per reggersi in piedi ha bisogno della violenza e quindi della compressione dei diritti di tutti coloro che non traggono vantaggio da quel sistema istituzionale. Il che vuol dire che le forme cattive di governo non sono solo strutture istituzionali che non si occupano del bene della res pubblica, ma sono anche illiberali.

Il secondo criterio, è quello che Platone utilizza per definire la differenza tra la forma buona e quella cattiva del governo dei più, vale a dire il governo del popolo secondo la legge (democrazia) e il governo del popolo contro la legge (oclocrazia). Ed è un criterio che può essere esteso anche alle altre forme di governo. Così se nella monarchia, aristocrazia e democrazia a governare è la legge, vale a dire quella norma generale ed astratta che si rifà a principi universali ai quali sono sottoposti anche i governanti che quella legge emanano, nelle tirannide, nella oligarchia e nella oclocrazia a governare non è la legge ma l’arbitrio di uno solo, di pochi o di molti.

Vale la pena porre fine qui all’immersione nelle acque del mondo antico e usare i reperti raccolti per leggere quanto sta avvenendo ora. Oggi i ragionamenti sulla anaciclosi delle forme di governo non vanno più di moda, ed è un peccato. Il motivo però è abbastanza comprensibile. Negli ultimi due secoli siamo vissuti con l’idea che la democrazia (liberale) fosse la migliore forma di governo (il che è vero) e che quindi fosse il naturale e definitivo approdo dell’umana famiglia. Chi, dopo aver raggiunto il migliore dei mondi possibili, potrebbe scegliere di abbandonarlo per ritornare nella barbarie dei tempi andati? Chi dopo esser con lena affannata uscito fuor del pelago ed aver conquistato la riva è disposto a gettarsi nuovamente nel mare in tempesta?

Eppure se ci si volge indietro, si può vedere che esistono casi di società aperte nel passato che ad un certo punto hanno cambiato rotta ed hanno imboccato la strada che le riconduceva indietro, verso la società chiusa. Il meccanismo dell’anaciclosi dunque è una cosa seria, non è scomparso con il mondo antico e vale anche per le nostre liberal democrazie.

Dunque proviamo a ragionare della anaciclosi moderna. Il processo che conduce dalla società chiusa alla società aperta ha a che fare con il potere e consiste nell’imbrigliare il potere assoluto all’interno di una gabbia di norme e circondarlo di una serie di istituzioni (fortezze e casematte) che lo limitino, lo frenino, lo rendano relativo. Questo processo che coincide con la creazione dello Stato di diritto riguarda sia il potere laico (sia concessa questa espressione), sia il potere temporale dei detentori del sacro. Nel primo caso prende il nome di modernizzazione, nel secondo di secolarizzazione. Questo vuol dire che (sia concesso un piccolo inciso) secolarizzazione non significa l’evaporazione del sacro dal mondo. Nessuna società può vivere senza sacro. Significa soltanto la fine del potere pubblico dei sacerdoti a cui non è più concesso di dettare norme tratte dai testi sacri per plasmare la condotta in pubblico degli individui.

Società di diritto dunque, il che significa l’apertura di spazi immensi al mercato (capitalismo) e alla società civile, perchè gli individui possano liberamente tirare fuori quell’universo che hanno dentro. La creazione dello stato di diritto dunque libera le forze vitali che sono presenti in ogni individuo e in ogni società, sotto ogni cielo e latitudine, e da avvio a una grande fase di sviluppo economico e di progresso scientifico, tecnologico e delle arti. Per dirla con Polanyi inizia una Grande Trasformazione.

Il punto è che lo sviluppo economico non è sempre per tutti. C’è chi è più intraprendete e meno intraprendente, c’è chi è colpito improvvisamente dai colpi della sorte e chi non ha mai un raffreddore. Per dirla in sintesi, la Grande trasformazione produce ricchezze delle meraviglie e prodigi della tecnica, ma produce naturalmente anche disuguaglianza nelle sostanze e nelle possibilità.

Ora se a questa situazione non si pone rimedio, allora si possono verificare una serie di conseguenze. La prima, pian piano le disuguaglianze si ossificano, e le società da aperte che erano si vanno chiudendo, spaccandosi in classi chiuse. In questo, caso le libertà non scompaiono, restano per pochi e le società iniziano ad operare al di sotto del proprio potenziale, perchè solo le intelligenze e le creatività di pochi possono liberamente agire, mentre la grande maggioranza delle menti creative dei cittadini vanno sprecate.

Può succedere ancora che la minoranza di coloro che sono riusciti a trarre vantaggio dalla Grande Trasformazione e che vivono a proprio agio nel mondo nuovo che essa ha creato, inizino a temere la gran massa di coloro che ne sono usciti perdenti. In questo caso, la reazione più logica è quella di impedire che la massa dei quanti hanno visto peggiorare la propria sorte possano acquisire gli strumenti politici per invertire la rotta, manomettendo lo Stato di diritto, l’autonomia della società civile e il capitalismo. Non a caso, i grandi pensatori liberali del passato guardavano con paura all’idea di una folla che vota e fa così irruzione nella cittadella liberale. Ecco perchè il voto limitato a particolare categorie, come quella dei proprietari. Constant a tale proposito è chiarissimo, quando nei Principi di politica insiste sul fatto che “la proprietà sola rende gli uomini capaci di esercitare i diritti politici. Solo i proprietari possono essere cittadini” e questo perché “quando i non proprietari hanno dei diritti politici accade una di queste tre cose: o non traggono impulso che da se stessi e allora distruggono la società, o lo traggono dall’uomo o degli uomini al potere e sono strumento di tirannide, o lo traggono da coloro che aspirano al potere e sono strumento di una fazione”.

Può verificarsi anche un altro scenario. Vale a dire la reazione di coloro che non hanno tratto vantaggio dalla Grande Trasformazione. Prima di procedere, conviene sottolineare un punto. Il passo dello sviluppo economico può essere così intenso e rapido da tracciare un solco così profonda tra coloro che sono riusciti a fare il salto e hanno imparato a vivere e prosperare nel mondo nuovo prodotto dalla Grande Trasformazione e coloro che (per le ragioni più diverse) sono rimasti indietro da portare allo sviluppo all’interno di una stessa società di due distinte nazioni, come quelle descritte di Disraeli in Sybil: «due nazioni che non hanno reciproche relazioni e non provavano reciproche simpatie. Ciascuna di esse ignora i pensieri e i sentimenti dell’altra, come se vivessero in diverse regioni o abitassero diversi pianeti: i ricchi e i poveri»

Ecco perchè per chi è rimasto indietro quel mondo nuovo nel quale solo pochi riescono a prosperare, è un terra straniera che non capisce e nella quale percepisce che per lui non vi è alcun posto.

Di qui la reazione. Se il futuro è ostile, incomprensibile ed è un posto nel quale non ho alcun diritto di cittadinanza, allora l’unica via percorribile è quella del ritorno al passato, che è l’unico luogo sono in grado di comprendere e nel quale posso davvero sentirmi a casa. Di qui il l’inversione di rotta che le società aperte compiono. Generalizzando dunque di può dire che il processo della Grande Trasformazione genera ricchezze senza precedenti e tecnologie strabilianti, ma genera anche questioni sociali, vale a dire masse di individui che hanno paura di un futuro che non capiscono e nel quale sentono che per loro non c’è posto. La paura è un sentimento che nessuno può tollerare a lungo, pertanto è naturale che si provi a liberarsene quanto prima. Come? Cedendo i propri stessi diritti a chiunque promette di far sparire quelle paure. E se il futuro è il problema, allora il ritorno al passato diventa la soluzione. In questo senso non è un caso se le forze progressiste, il cui nucleo di valori fondanti è la fede benefica nel progresso, balbettino a tutte le latitudini.

Il punto è che nell’invertire la rotta, si andrà alla ricerca dei colpevoli, vale a dire alla ricerca di quegli agenti che hanno prodotto un futuro nel quale la maggioranza dei cittadini sentiva di non avere alcun posto per sè. Così sul banco degli imputati finiscono la globalizzazione e i liberi commerci, la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica, il culto della ragione e lo stesso Stato di diritto. Di qui il ritorno a tutto ciò che è il loro contrario, vale a dire i confini nazionali e le radici patrie, i sentimenti e i legami di sangue, l’heimat e il focolare domestico, il culto del capo (lo Stato, il partito, la nazione) che sa percepire il benessere collettivo e non può essere limitato nel suo agire da alcuna norma, il bene collettivo che prevale sui diritti individuali.

Ecco, per concludere, se non vogliamo infilarci in questa spirale regressiva sarebbe utile fare in modo di evitarla, mostrando che le istituzioni della società aperta possono essere utilizzate per il bene dei più, sono istituzioni inclusive per ritornare ad Acemoglu e Robinson. Se dovessero essere percepite come istituzioni estrattive, al servizio di una sola parte minoritaria allora verrebbero abbattute presto.

Pertanto un primo criterio per poter spendere i soldi del Recovery Fund potrebbe essere quello di fare in modo che la massa di coloro che sono rimasti intrappolati nel passato acquisisca tutti gli strumenti per poter vivere e prosperare nel mondo nuovo, e non utilizzare quei soldi per sedare chi è rimasto indietro e tenerlo inchidato in un mondo, quello di ieri, che non da loro alcuna prospettiva, perchè prima o poi la loro reazione ritornerà e con essa la fine, tra gli applausi scroscianti dei più, della società aperta e delle nostre libertà.